venerdì 23 maggio 2008

Perché la storia e la cultura sono materie per pochi?









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Perché la storia e la cultura non devono essere materie per pochi e perché sempre lo saranno è un tema difficile da affrontare. Sul perché purtroppo saranno sempre affrontati da pochi è forse presto detto: purtroppo con la cultura non si mangia e con lo studio neppure. Se ci si aggiunge che lo studio soprattutto negli anni giovanili comporta grandi fatiche, rinunce, ecc, beh allora si capisce appieno perché spesso, a ragione, la cultura, le biblioteche, le case della cultura, sono da molti ritenuti temi secondari.
Ma forse l’equazione meno cultura più strade uguale più benessere non è così immediata. È ovvio che una società civile non solo deve chiedere ma deve assolutamente pretendere strade meno trafficate – e lo dice un pendolare milanese –, più agevoli, soprattutto per i pedoni, per gli anziani e per i diversamente abili, più parchi pubblici, non solo semplici giardinetti ma parchi e insieme giardinetti, così come bisogna pretendere servizi scolastici efficienti, case di cura e ospedali moderni, ecc. Non avendo questi spesso giustamente la cultura è stata messa in secondo piano, è stato così durante il fascismo – anche volutamente lasciata in disparte – è stato così soprattutto nel post fascismo durato sin troppo a lungo – pensate a quanti danni quindi fece il fascismo... –. Giustamente quindi un buon amministratore e un buon cittadino fino ad oggi, più o meno in tutte le comunità, hanno dovuto fare una sorta di elenco della spesa, lista che aveva delle priorità e le priorità sono altre, o lo sono sempre state, rispetto alla cultura.

Ieri mi è capitato di fare due chiacchiere con l’assessore alla cultura del mio Comune. È una persona seria, colta e preparata – forse non molto in materie sportive per il vero – e confrontarsi con lui è sempre un piacere – chi mi conosce sa che non dico spesso queste cose, soprattutto agli assessori, o non a tutti gli assessori, anzi... –. E mentre chiacchieravamo riflettevamo sull’importanza della memoria e della cultura nel nostro Paese.
Non essere stati capaci di salvaguardare un intero territorio, non essere in grado oggi di gestirlo, non essere in grado di trasformare un edificio o una piazza o un cimitero è una questione oltre che di progetto, anche di storia, di cultura e di memoria. Non sapere o non ricordarsi che fino a prima dell’unità di Italia i nostri paesi, i Comuni, le Cassine erano sostanzialmente strutturate, sia fiscalmente che amministrativamente, su un semplive sistema federale, non significa solo studiare per un voto o per fare della ricerca fine a se stessa, significa cercare di capire da dove veniamo e dove vogliamo andare.

Custodire la memoria è certamente una cosa di pochi, ma non per questo meno importante di altre questioni apparentemente più concrete quindi. E allora vorrei tanto che si tornasse a una società dove la ricerca non è considerata solo inutile divagazione di pochi, oppio per intellettuali e finti intellettuali, mentre i tanti, amministratori, politici e cittadini si interessano di cose concrete e reali, cioè del bene comune. In alcuni paesi, parlo per esperienza diretta, ad esempio in Spagna, già non è così e io sono fiducioso che presto tornerà a non essere così anche in Italia; c’è un’intera generazione che si sente custode, custode della memoria dei nostri vecchi e del nostro territorio. Solo allora sarà finalmente finita questa difficile epoca.

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