giovedì 1 maggio 2008

Progettare una piazza [part. 2]





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Vorrei finalmente provare a tornare a scrivere di architettura, e lo farei ripartendo da una delle questioni lasciate aperte nei giorni scorsi: il tema della piazza.

Se un vecchio abitante di Garbatola, il villaggio in cui vivo e in parte lavoro, dovesse dire a qualcun’altro dove abita, egli direbbe «sono della Garbatola». Così come a Grancia – sarebbe meglio dire alla Grancia – egli direbbe «sono della Grancia», o «sono della Pagliera», o «sono della Poglianasca». Non è un errore grammaticale, o un modo di dire dialettale, semplicemente e involontariamente si sottintende, o si tralascia di dire, «sono della Cassina Garbatola», «sono della Cassina Grancia», ecc.

Spesso amministratori, sociologi e pianificatori tendono a paragonare i villaggi a nord di Milano con i borghi toscani, laziali, o umbri, cercando somiglianze e differenze, cercando soprattutto di ritrovare, e non trovandole di riproporre nei primi quelle piazze tipiche dei borghi mediterranei attorno alle quali i borghi stessi si sono nei secoli formati.

Ho sempre creduto che riproporre l’idea della piazza centro-italica nei paesi a nord di Milano poteva essere una possibilità, poi negli anni mi sono accorto che c’è una grande grandissima differenza tra le piazze tosco umbre e quelle dei borghi lombardi, e non è solo una differenza compositiva, o architettonica, ma è una differenza più profonda, una differenza strutturale e culturale.
Strutturale perchè i nostri villaggi non sono costituiti da case unifamiliari, o da casoni plurifamiliari, o da palazzotti signorili accostati gli uni agli altri, ma da un insieme di corti, che aggregate tra loro formavano l’antica Cassina. Corti rurali abitate dai paesani, con le stalle e le residenze contadine, case coloniche a cui spesso erano giustapposte una o due ville, costituite da un sistema più complesso di corti, corti rustiche, corti nobili e giardini privati. Adiacente a queste di solito vi era una piccola chiesina, un oratorio per la comunità, solitamente al centro del villaggio. Sono esempi splendidi del sistema della cascina-villa il Castellazzo di Bollate, o Villa Arconati, la Villa Borromeo-Litta di Lainate, il Castellazzo di Rho, ecc[1]. In questi borghi la piazza non esisteva.

Vi è poi una ragione culturale, sociale ed economica che ha ostacolato la formazione della “piazza italiana” nei borghi rurali del nord milanese. La Cassina era un sistema complesso, fatto di lavoro, di mondo agricolo e fatto di poche famiglie e di tanta umanità[2]. Quasi tutta la vita delle genti che abitavano le Cassine si svolgeva al lavoro nei campi, o nel grande spazio privato, e insieme pubblico, della corte. «La cascina lombarda è il primo nucleo giurisdizionale imposto in terra lombarda da una “necessità” intrinseca alla gente: il lavoro. Una cascina si distanzia dall’altra in una ragionevole misura, quando comporta cioè la facoltà del lavoro: quanto può adempiere di lavoro una famiglia di contadini, o un gruppo di più famiglie raccolte nell’unità distesa del fondo»[3]. Così le corti stesse rispecchiano nella loro architettura quel carattere severo e austero, tipico delle genti di Lombardia: chiuso e rigido all'esterno e riservato e aperto all’interno, nella grande aia.

E così è più facile provare a cercare una somiglianza tra le corti, tra le aie delle grandi Cascine e le piazze centro-italiche, fatte di palazzotti ricchi di logge e porticati che delimitano gli spazi della piazza, piuttosto che tra queste e le piazzette, o sarebbe meglio dire gli spazi di risulta che si sono nel tempo formati e ritagliati tra le varie corti rustiche e nobili che formavano la Cassina. Spazi severi, senza decorazioni, spazi chiusi, spazi spesso casuali.
E così potremmo dire che le vere piazze, come le si intende nel centro Italia, nei villaggi di Lombardia sono gli spazi interni delle corti, spazi regolari, spesso quadrati, costruiti e strutturati con una logica ferrea, con i lunghi ballatoi, le scale negli angoli e i grandi porticati interni.

Solo confrontandosi con questa realtà si potrà tentare di approcciare in modo serio e consapevole il tema del progetto di una piazza nei borghi del nord milanese. Ma credo che continueremo a parlarne nei prossimi giorni.

[1] Cfr. SANTINO LANGE', Ville della Provincia di Milano, Edizioni SISAR, Milano, 1972.
[2] ERMANNO OLMI nel film L’albero degli zoccoli, del 1978, descrive sapientemente la vita quotidiana di diverse famiglie di mezzadri che abitano in una grande Cascina della campagna bergamasca, tra l'autunno del 1897 e la primavera del 1898.
[3] CARLO EMILIO GADDA, Terra Lombarda, in Id., Le meraviglie d’Italia, Edizioni Einaudi, Torino, 1964, pp. 93-95.

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