mercoledì 24 dicembre 2008

Buon Natale a chi soffre

"I fuochi nella notte del Solstizio hanno annunciato il ritorno della luce e del calore.
Vi auguro di trascorrere il giorno del Sole Invitto nella serenità e nella gioia".

Faccio mia questa bella frase di Sergio e la giro a tutti gli ammalati, in particolare agli ammalati terminali e alle loro famiglie, alle mogli dei mariti in coma, alle madri dei figli morenti, a chi con forza continua a lottare quotidianamente contro la morte, a chi la aspetta con paura e con ansia un abbraccio grande grande.
Buon Natale

giovedì 18 dicembre 2008

Alcune considerazioni circa il nuovo Programma Triennale












Proverò in questi giorni a fare un primo ragionamento sull'approvando Programma Triennale dei Lavori pubblici 2009-10-11, cercando di volta in volta di partire da un tema specifico. Cercherò di farlo in modo tecnico e scientifico, spero poco, anzi pochissimo, politico con la p minuscola. Oggi inizio a occuparmi della piazza di Garbatola.


Programma Triennale 2009/11 approvato con deliberazione G.C. n.126 del 14 ottobre 2008.

Priorità 3/2009: sistemazione Piazza Don Musazzi Garbatola, progetto preliminare G.C. N.44 del 27/03/20008, importo stimato 150.000 € (finanziato con oneri).

Superficie piazza Don Musazzi: 1947 mq.
Superficie piazza Don Musazzi compreso sagrato parrocchiale e porzione via S.Francesco fino alla farmacia: 2235 mq.

Se si divide l'importo per la superficie si ottiene un preventivo di spesa prevista di circa 77 €/mq (area in rosso immagine 2). Se però si aggiungono il sagrato della parrocchiale e un pezzo di via San Francesco la previsione si riduce a 67 €/mq (area in rosa immagine 2).

Considerazione:
chiunque abbia un minimo di preparazione tecnica sa che 150.000 € bastano a ristrutturare un appartamento di 100 mq (più o meno), tanto che l'amministrazione stessa prevede 120.000 € per la ristrutturazione dell'appartamento di proprietà della parrocchia (appartamento di circa 100 mq). Una prima considerazione riguarda quindi il tipo di lavoro previsto dall'amministrazione (devo dire che la cifra molto lentamente sta lievitando, è passata dai 50.000 € della giunta Girotti agli attuali 150.000 €): una piccola sistemazione del monumento, una potatura degli alberi e una pulizia generale o una trasformazione seria e radicale, che comporti il ripensamento del centro antico del borgo? Bisogna essere chiari con la popolazione.
Ovviamente io di bilanci pubblici non ci capisco assolutamente nulla e spero vivamente di essere smentito da chi dirà che i 150.000 € sono solo un piccolo acconto e che la somma vera verrà stanziata più avanti...

martedì 16 dicembre 2008

Scusatemi




















Purtroppo per me, da qualche giorno o da qualche settimana, è un periodo molto duro, a tratti drammatico. In primo luogo problemi personali molto difficili da affrontare, poi alcuni piccoli problemi di salute miei, altri meno piccoli dei miei cari, infine un'amica che sta lottando tra la vita e la morte. Se a questo si aggiungono, in secondissimo piano, le delusioni rispetto le ultime mosse dell'amministrazione nervianese, sulla carta molto amica (la scuola materna di Garbatola, la commissione paesaggio, il fungo, il programma triennale disatteso, ecc), l'attesa per il nuovo programma triennale nervianese, la professione sempre più difficile in un momento di crisi come questo, due concorsi a cui sto lavorando, il lavoro in palestra con i miei ragazzi...insomma se ci si aggiunge tutto questo si capisce perché mi sono preso una pausa di riflessione, e di preghiera.

Ma a breve conto di tornare a scrivere...magari della sanità.

mercoledì 3 dicembre 2008

Nerviano e il programma Triennale Lavori Pubblici 2006/2008














Mancano pochi giorni alla fine del 2008. Sistemando la scrivania mi è capitato tra le mani il programma per le opere pubbliche di Nerviano per il triennio 2006-2008. Non voglio dare giudizi ne architettonici ne politici, ma solo pubblicare, come fosse una sorta di inchiesta fatta in casa, alcuni dati pubblici, riservandomi di scrivere qualche cosa più avanti, magari anche grazie ai vostri sempre preziosi contributi.
Sarebbe troppo facile prendersela con l'ormai ex assessore ai Lavori Pubblici (per altro, dati pubblici, super pagato), o con la congiuntura economica, come fa il nostro settuagenario premier, forse è proprio un nostro modo di essere, purtroppo. Troppa carne al fuoco? forse. Troppi progetti e scarsa capacità realizzativa? forse. Certamente vi accorgerete come molte delle cose previste servono, o servirebbero davvero, vi accorgerete come in tre anni si possa, almeno sulla carta, cambiare il volto di un paese che invece è sempre uguale a se stesso, con le palestre inadeguate, con le stesse piazze, senza teatro o auditorium, ecc. So che non è facile, anzi difficilissimo, forse bisognerebbe solo essere più realisti e decisi nell'attuare un programma.

Ricordo che Nerviano è solo un caso studio, un caso che ho sotto gli occhi abitandoci, lavorandoci, sia nel sociale sia professionalmente.

Lavori previsti dal Programma Triennale dei Lavori Pubblici, anni 2006-2008. Approvato con deliberazione C.S. n. 55 del marzo 2006.

Anno 2006 (due anni fa)

- Ristrutturazione scuole elementari di via Roma (fatto)
- Realizzazione di nuova scuola elementare in via dei Boschi (…)
- Rifacimento vie e piazze (si, le vie)
- Sistemazione alloggi proprietà della parrocchia di Garbatola (…)
- Ristrutturazione edificio e sede municipale (no)
- Sistemazione ingressi, recinzioni e realizzazione nuovi parcheggi con sistemazione aree esterne – parchi cimiteri – sistemazione monumento ai caduti di S.Ilario, realizzazione di nuovi servizi igienici nei cimiteri di Garbatola e S.Ilario (no)
- Realizzazione di piste ciclopedonali via C.Porta (si, in parte)
- Rotatoria sulla S.s. 33 (no)

Anno 2007 (un anno fa)

- Ristrutturazione scuola materna (no, vedi post “Verso la superprogettazione”)
- Ampliamento magazzini comunali di via Bergamina (…)
- Interventi di messa a norma e di manutenzione straordinaria alloggi di proprietà comunale (?)
- Intervento conservativo e di ristrutturazione Torre Civica (no)
- Sistemazone ex Acli S.Ilario (no – progetto preliminare del 2003, cinque anni fa)

Anno 2008

- Rifacimento strade e piazze e realizzazione piste ciclo pedonali (a dirla così dovremmo avere piste pedonali ovunque…)
- Realizzazione AUDITORIUM COMUNALE (no)
- Realizzazione NUOVO BOCCIODROMO COMUNALE (no)

giovedì 27 novembre 2008

Delle opere inquiete
















Caro amico/a, rispondo con un post perché mi sono accorto che il mio commento era troppo lungo.
Intanto grazie. Poi due precisazioni: la prima è che la decisione di far diventare la Casa Gialla un luogo pubblico che sia deserto (a detta tua), o meno, non è stata certamente una scelta dell'architetto ma della proprietà; la seconda è che spesso si additano gli architetti per colpe non loro.
A Milano c'è un quartiere simbolo del rapporto-scontro tra architettura e problematicità sociale è il quartiere Gallaratese di Rossi e Aymonino. Fu occupato, violentato, fu uno dei posti più difficili di Milano, ora è uno dei posti meglio tenuti. La differenza? L'architettura? no, i soldi, il tenore di vita e il prestigio sociale, o meno, di chi lo ha abitato e di chi lo abita ora (anche se ti assicuro che Rossi era felice prima e non so se sarebbe stato felice ora). Questo per dire che spesso ci sono problemi che esulano dal mestiere dell'architetto e che riguardano di più le scelte pianificatorie dei nostri amministratori o i servizi sociali.

Ma torniamo alla Gelbe Haus. Ci sono sempre molte possibilità di intendere l'architettura, sia la progettazione che il restauro: c'è una via apparentemente più semplice, più immediata, spesso vernacolare, è la strada che va per la maggiore nella nostra cara pianura Padana o nelle valli Alpine italiane in questi anni, e c'è poi una via più difficile, meno rettilinea, ricca di tranelli, molto meno immediata e certamente in Italia economicamente più svantaggiosa. La prima è la via delle casette con gli archetti, delle persiane in legno, del tetto e dei mille tettucci con le tegole anticate, del praticello con bambi e i settenani, è la strada immediata delle "calde" casette tipiche, del legno super decorato, dei cottage; la seconda è la via del Gallaratese, della Gelbe Haus, e di molti altri progetti più difficili e inquieti. I primi non fanno parte della storia dell'architettura (forse di quella dei fumetti) ma di un modo economicamente più veloce, agile, di costruire, vendere e quindi di vivere. I secondi invece spesso, proprio per la forza del loro pensiero, che sia giusto o sbagliato, per il loro essere meno accomodanti, per il loro slegarsi da un meccanismo tutto mediatico, tecnologico e spettacolare, entrano a far parte di una grande storia, legata alla storia del pensiero e dell'uomo, la storia dell'architettura.

Ci fu un momento anche in Italia in cui le cose andarono diversamente. Nei primi anni del dopoguerra (cito uno dei tanti esempi di quello straordinario periodo) attorno alla figura di Adriano Olivetti si radunarono architetti, registi, filosofi, pensatori, intellettuali, anche amministratori per discutere, scrivere, pensare e progettare. In quegli anni si iniziò a pensare a un modo di vivere diverso. Di quegli anni sono due straordinari piani urbanistici: il Quartiere Ina Casa di Cesate (Mi) e il Borgo della Martella (Matera). Non sono dei villaggi caldi e accomodanti, come quelli degli anni '80 '90 o come quelli degli immobiliaristi moderni, sono villaggi duri, scontrosi, spesso apparentemente mal tenuti, abitati da gente che usciva dai Sassi o dalle Cassine, con gli asini e le galline a dormire con loro, prima e dopo. Eppure quei villaggi erano e sono un tentativo di dare una risposta seria, pensata, scomoda ma reale a un grande problema, un problema che prima di allora in Italia non era mai stato affrontato.

Francamente non credo che la Gelbe Haus sia l'opera più importante del secolo, certamente credo sia un'opera da vedere, da leggere e saper leggere, e da studiare proprio per le inquietudini che ci lascia quando anche per sbaglio ci imbattiamo in lei.












Foto 1: La Gelbe Haus. Foto di Fabio Pravettoni, settembre 2008.
Foto 2: Un'opera più tranquilla, qualcuno direbbe calda, o accomodante. Pozza di Fassa, ottobre 2008.

lunedì 24 novembre 2008

La Gelbe Haus, un restauro possibile



















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Ma torniamo all’architettura.

Raggiungere Monaco di Baviera da Milano – per l’annuale festa bavarese della birra – è facile, in auto ci voglio poche ore di viaggio e si possono fare sostanzialmente due strade: passare per il valico del Brennero o attraversare la Svizzera.
Con la musica di Davide Bernasconi, al secolo Van de Sfros nello stereo, di buon mattino raggiungiamo e doppiamo Como, doppiamo in tutti i sensi dato che mi accorgo di avere lasciato a casa la carta di identità, quindi passiamo la frontiera a Chiasso, poi Lugano, Bellinzona e lasciati il Ticino e le architetture lombarde e borromaiche, attraverso il traforo del San Bernardino arriviamo nella tedesca svizzera coirese.
È la terra di un grande architetto grigionese, un uomo schivo e forse un poco scontroso, un uomo certamente duro, un montanaro, Peter Zumthor. È la terra di molti bravi architetti – è impressionante quanto sia cambiata, quanto si sia modernizzata la Svizzera, e l’architettura Svizzera in particolare, negli ultimi vent’anni –. È la terra di Valerio Olgiati.

Qualche anno fa in uno dei viaggi verso Barcellona, a casa dell’amico Marco Lecis, vidi un numero monografico della rivista 2G dedicato all’opera di Valerio Olgiati. Subito mi impressionò la copertina. Un casone bianco, durissimo, quasi congelato in un tempo lontano, diverso da quello in cui è stata scattata la foto: è la Gelbe Haus, la casa gialla.
Quella casa, che si trova a Flims, un piccolo paese di montagna a 10 km da Chur, Coira, era per il vero l’unica cosa molto interessante di quel numero, una sorta di manifesto, una di quelle opere che lasciano il segno, che scuotono e che fanno pensare, il resto non aveva la stessa forza.

Arriviamo a Flims verso metà mattinata. È un paese tranquillo, i negozi sono distribuiti lungo l’unica strada che costeggia la montagna, sulla strada negozi di souvenir svizzeri, negozi di artigiani del legno, della pelle, ecc, alberghi, alcuni fienili in legno, gente a passeggio, le montagne dietro le case, la valle aperta e verde sotto.
Gli Olgiati, Valerio e il padre Rudolf, pure architetto, sono di Flims, la Casa Gialla era di proprietà della parrocchia ed esisteva un accordo tra Rudolf e la parrocchia stessa per ristrutturare la casa. Alla morte di Rudolf la parrocchia decise di convertire la casa in uno spazio espositivo. Dato che la complessa distribuzione interna della casa non era adatta per i nuovi scopi alla quale la casa sarebbe stata destinata, Olgiati prese una decisione drastica: svuotò completamente l’interno e lo ricostruì in legno, al posto delle piccole stanze dei grandi spazi liberi e finestrati, mentre all'esterno mantenne forte e ben visibile l’ordine secondo il quale furono disegnate le bucature, e tutto fu come congelato.
Non si può dire che sia una bella casa, certamente non fa così impressione come sulla copertina della rivista, saranno la bella giornata, il vento, l'idea della Germania e dell'oktoberfest, le alpi appena imbiancate sopra le verdi colline, i rustici in legno che confinano e cercano di armonizzarsi scontrandosi con il bianco dell’edificio, ma quel casone della foto in realtà diventa un grazioso edificio, ben calibrato, una casa moderna, fuori dal tempo, in un paesino di montagna. Certamente l’operazione di Olgiati è un’operazione drastica e drammatica: egli elimina gli orpelli, le decorazioni, le aggiunte, le persiane, gli sporti di gronda, il portico di ingresso. Olgiati non si preoccupa e anzi ci invita a non preoccuparci dei colori, delle decorazioni, ci invita a occuparci della struttura della casa, del suo comporsi per grandi muri bucati da piccole finestre regolari, e per far ciò congela completamente la facciata, la ingessa, e la porta con un solo gesto fuori dal tempo. La Gelge Haus di colpo non è più una casa di fine ottocento inizi novecento, una casa antica ben ristrutturata, la Gelbe Haus è un’opera fuori dal tempo, un manuale da studiare e da leggere e da capire.
















mercoledì 19 novembre 2008

Trasformare la città o non trasformarla









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Qualche giorno fa, per l’esattezza il 23 ottobre, ho presentato al Comune di Nerviano con prot. 31242 la mia candidatura come componente della commissione paesaggio e territorio, la stessa commissione di cui sono membro attivo, e per fortuna anche rispettato, nonostante alcune posizioni radicali contro l’architettura brutalista e speculativa della nostra provincia.
Con buona pace di chi sosteneva, qualche mese fa, che scrivevo di Nerviano e su Nerviano per avere incarichi comunali – attenzione, il gettone della commissione credo sia intorno ai 25 € e sinceramente, anche a Parabiago, non vale la pena rispetto i mal di stomaco che rimangono per tutto il giorno quando si vedono progetti tipo quelli che vengono quotidianamente presentati nei nostri comuni –, o perché avevo chissà quale mira politica e progettuale, e non, semplicemente, perché amo l’architettura e spesso utilizzo, per formazione accademica, dei casi studio dai quali partire, e il Comune in cui abito è sicuramente uno dei casi studio per me più interessanti e controversi, beh con buona pace di chi sosteneva ciò non sono stato nominato, anzi, sono stato l’unico escluso – per la verità siamo stati esclusi in due, entrambi laureati nel 2001, ma dire sono stato l’unico escluso suona meglio –.
Ma non voglio scrivere di questo, né commentare le motivazioni della giunta comunale – motivazioni pubbliche, delibera 140 G.C. del 11.11.2008 –, sarebbe facile ma anche inutile, come sarebbe facile, ma insisto inutile, continuare a dire che non si possono scartare sempre i giovani – ormai non più così giovani per la verità – perché non hanno curriculum, è veramente assurdo, una cosa tutta italiana. Troppo facile dire largo ai giovani, a parole, e poi nei fatti scartarli perché non hanno curriculum sufficiente in politica e nella professione. Basta. Ma come faranno questi giovani 30-40 enni ad avere un curriculum pubblico, attenzione non si parla ovviamente di curricula accademici che quelli ci sono, se tutti gli enti pubblici, amici e nemici, continuano a dare lavori a destra e a sinistra ma sempre a gente che ha lavorato negli anni ’80, poi negli anni ’90, e ora in questo primo decennio di nuovo millennio – queste parole non sono solo mie, ricordo un mio ex capo ufficio, un ingegnerone anche bravo ma soprattutto capo di Forza Italia a Garbagnate, ridere e sorridere mentre parlando con lui di concorsi mi diceva “tanto voi giovani non avrete mai la possibilità di vincere, io lavoravo prima e lavorerò ancora”… beh, così è –.



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Volevo raccontarvi invece un aneddoto che Sindaco, l’amico Pio Petrosino e alcuni consiglieri comunali, tra cui il capogruppo di maggioranza Cantafio, ricorderanno bene perché erano presenti. Lo scorso anno con i professori Antonio Esposito e Daniele Vitale abbiamo tenuto di questi tempi un bell’incontro-dibattito all’inaugurazione della mostra dei lavori dei ragazzi che seguivo con Antonio nel corso di progettazione architettonica II, alla facoltà di Architettura Civile di Milano. Un bell’incontro, con interventi degli studenti, dei professori che avevano seguito il corso e con il solito intervento molto sapiente, intelligente e calibrato del prof. Vitale sulla costruzione del territorio, sulla costruzione della pianura, sulla cultura architettonica, ecc. Poco prima di finire, e poi fare un giro per il recuperato monastero degli Olivetani, sede del Municipio, con professori e Sindaco, dal pubblico si alza una mano. È un vecchio, non nel senso di anziano, architetto nervianese. In un italiano milanese molto divertente – io pure parlo milanese… – l’architetto sosteneva che la scuola italiana era tutta da rifare, che era troppo teorica e che bisognava invece insegnare i ragazzi la vita vera, anche quella comunale, le code, le pratiche, ecc, e che tutti gli studenti che vanno da lui non sanno niente e devono ricominciare da capo. Fu un intervento molto duro ma anche divertente, almeno quanto la sua felliniana uscita di scena.
Spesso anche a Parabiago sento parlare i miei colleghi e i tecnici comunali di “auspicabile apertura all’università”, di far fare lavori ai ragazzi, ecc. Ma quando quell’apertura c’è che fine fanno poi quei lavori? Che fine fa il rapporto tra università e palazzo? In che modo poi il Comune coltiva il rapporto con l’università? Dicendo “senza evidenziare particolare esperienza in campo paesaggistico” e promuovendo quell’architetto nervianese che diceva che l’università era tutta da rifare?

Buon lavoro alla commissione e speriamo che riesca ad arginare il fenomeno delle villette a sclera – faccio mia una felice battuta dell’ex assessore Petrosino, questa volta “ex assessore” perché all’epoca della battuta era assessore, battuta detta a contorno della giornata di presentazione della mostra, dopo l’intervento dell’architetto nervianese – in favore di un riammodernamento dell’architettura nervianese. Dai commissari!, forza, non abbiate paura, siamo nel 2008 e nel resto d’Europa tutti stanno camminando mentre noi siamo al palo…

Ps. Se dopo aver letto la delibera di Giunta cercherete l’arch. Colombo Marco sul web, come ho fatto io, troverete un architetto, mio coetaneo ma che non conosco e che sembra bravo. Ecco, non è l’altrettanto bravo, credo, ma non lo conosco, architetto omonimo che sarà in commissione a Nerviano.

PPs. Cari amministratori, cari amici, guardate che queste cose sembrano poco gravi e limitate a un campo "accademico" e architettonico in realtà sono cose importanti, che possono cambiare un paese. Mettere un agronomo, a capo di una commissione tutta architettonica, lo dico perché mensilmente
a Parabiago sono chiamato a guardare progetti che spesso tentano di stravolgere la città, è pericoloso, non per la bontà o meno della persona - certamente valida - ma per l'idea stessa che sottende il non volere trasformare, riammodernare un paese, un paese stanco, un paese conservatore che ha invece bisogno di cambiamenti!!! E non si può continuare a delegare tutto al nuovo PGT. Monza e Banderali sono bravissimi, lo dico sinceramente, e faranno un piano intelligente e lungimirante, ma non si esaurisce tutto lì. Davvero amici urbanisti, ditelo anche voi...


Nelle foto. Interventi dei Wolf Architektur, Austria.

domenica 16 novembre 2008

Basta veleni in valle Olona

Ricevo dall'ass. Econazionalista Domà Nunch e volentieri ripubblico:

PRESIDIO NO-KATAOIL

Sabato 29 novembre 2008 – ore 10 – CAIRATE [VA]
in fondovalle, via per Lonate

Per la QUALITA’ DELLA VITA , prima del PROFITTO DEI PRIVATI, pretendiamo:
• Stop alla cementificazione della Valle Olona.
• Stop alle strade inutili (Pedemontana, Varesina Bis) che aumentano il traffico e distruggono i nostri boschi e campagne.
• Stop a nuove concessioni industriali nel fondovalle.
• Istituzione del Parco Regionale della Valle Olona.

martedì 11 novembre 2008

20,000 Thank You

Twenty thousand and more times "Thank You" to the visitors over this year! I hope this can become a place to discuss and for thinking over, to stop by and start conceiving, together. Thank You.
E un ringraziamento e un abbraccio speciali a una persona splendida che mi è sempre stata vicina, mi ha convinto ad aprire questo spazio e a proseguire caparbiamente nel lavoro. Grazie

lunedì 10 novembre 2008

Libertà e conformismo


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Sono di ritorno dalla Commissione Paesaggio e Territorio del Comune di Parabiago, in teoria una commissione che dovrebbe esprimere pareri in merito l’architettura dei progetti presentatici, in realtà una commissione priva di potere, una commissione il cui parare non è per nulla vincolante. Insomma un esercizio.
Come quasi tutti i progetti che ho avuto modo di vedere in questo anno di attività devo di dire che il livello medio generale è davvero molto ma molto basso. Bassissima la qualità grafica, che per il vero nelle ultime commissioni, probabilmente anche a causa nostra, sta migliorando, e infima la qualità architettonica, tranne qualche rarissimo caso. Non un riferimento ad architetture che siano altre rispetto le architetture contemporanee che si vedono sorgere ogni dove nella nostra tristissima provincia, non un riferimento ad architetture del recente passato moderno, non un riferimento ad architetture contemporanee che si costruiscono in tutta Europa.
Da noi è di casa il carino, il grazioso, da noi sono di casa i tetti con i grandi sporti di gronda, le finte colonne, i timpani. Verrebbe da chiedersi: da noi è di moda l’architettura classica? no, da noi è di moda il carino e contro il carino e il grazioso in architettura continuerò a combattere, almeno quanto contro il moralismo, il perbenismo e il conformismo in politica come nella vita sociale, e per questo, come ha giustamente osservato il mio grande amico Don Alberto, mi attende un futuro forse un poco solitario.

Già perché l’Italia di questi anni è la patria del finto, del conforme, la patria delle libertà? non credo, il conformismo non è libertà. Sono gli anni della speculazione selvaggia, non gli anni della ricerca insistente, gli anni delle villette estruse e trasformate in palazzi di 3 o 4 piani. Sono gli anni del finto classico che non poggia su nessuna delle regole su cui si è fondato per secoli il classicismo. Sono anni in cui per quieto vivere passano nelle commissioni progetti che nessuno ma dico nessuno prenderebbe neppure in considerazione in una qualsiasi aula scolastica di un qualsiasi corso di un qualsiasi paese di una qualsiasi facoltà di architettura. Sono gli anni del moralismo, gli anni in cui non si sbaglia o si addita chi prova, chi ricerca, e poi magari sbaglia – chissà perché invece a me quello che ci prova e sbaglia mi sta più simpatico di quello che non sbaglia mai ma non cerca nulla… –, e per non sbagliare si crescono ragazzi/automi senza spina dorsale, ragazzi che facciamo protestare una volta ogni tanto come per farli sfogare – a proposito dov’è finita la protesta negli atenei? 2500 concorsi da ricercatore che hanno nomi e cognomi, possibilità chiuse per anni a ricercatori senza papà e la protesta? Sciolta come neve al sole –.

Ci sorprendiamo? No. O almeno non più di tanto. Da noi la televisione è monopolizzata dai politici superstar, opinionisti principe che fanno salire l’odience – o almeno così dicono i vari Vespa, Costanzo, Mentana, ecc –, essi sanno tutto: dal calcio all’economia, dall’avanspettacolo alla politica estera, dalle politiche sulla scuola alle politiche pianificatorie e urbanistiche, sanno tutto di storia, filosofia, architettura, economia, costume, società, i politici italiani sanno tutto. E in un paese che non progetta questa strana e italianissima tendenza per caduta verticale colpisce tutte le amministrazioni: le regioni, o meglio gli amministratori regionali – super presenti ovunque chiamati e super osannati da speaker e giornalisti pronti a tutto per un loro cenno di apprezzamento, vedi la sei giorni di Milano di ieri –, provinciali e comunali; la cultura italiana e la società italiana sono in mano a una classe politica autoreferenziale, spesso autorappresentativa e autoelettiva – solo il PD ha fatto e sta facendo, ma bisogna capire quanto andrà avanti a farlo, un salto di qualità in questo senso con delle primarie aperte, si fa per dire, a tutti –.
In un paese così mi capita sempre più spesso di esprimere pareri differenti e contrari, pareri scomodi?, non so, sicuramente scomodanti, almeno quanto inutili e autolesionistici. E allora oggi ho espresso un parere fortemente negativo su un’architettura che gli altri inizialmente quasi approvavano, “ma perché sei così contrario [mi obbiettavano, perché fa schifo? Dicevo io], da noi si costruisce così…”, “ ma insomma, in fondo in fondo che te ne frega, anche per noi è brutta ma perché devi essere così contrario? Tanto è già tutto brutto quello che c’è una cosa in più o in meno” [aggiungo io, perché farsi dei nemici inutilmente. Risposta: per la libertà che in questi anni grandi amici mi hanno insegnato ad apprezzare e ricercare].

Ma perché abbiamo perso la capacità di ragionare, di sperare, di progettare? Perché i nostri territori devono rimanere nelle mani di politici incompetenti e spesso accomodanti e commissari super accomodanti o accomodati, in mano a speculatori senza scrupoli e quasi sempre, non sempre, senza cultura architettonica? Perché piuttosto di guardare le brutte architetture vicine, o spesso limitrofe, non guardiamo alle belle architetture siano esse non lontane – basta andare nel canton ticino, a Mendrisio, a Lugano, Bellinzona, ecc – o a quelle lontane qualche centinaio di chilometro. Perché non possiamo pensare a una pista di atletica interna a un quartiere o a una strada che sia anche pista di atletica e di ciclismo, come in Belgio, perché non possiamo anche noi pensare a quartieri diversi, perché anche noi non possiamo avere scuole adeguate, interventi pubblici sapienti costati fatica e non qualche decina di giorni – ha rabbrividito pure l’architetto capo dell’ufficio tecnico di Parabiago quando gli ho detto che a Nerviano presenteranno rilievo e progetto in quindici giorni (vedi post precedente) –, piazze progettate rispettando la storia e il carattere dei luoghi e al significato degli stessi, quartieri pubblici come se ne facevano anni fa o come oggi se ne fanno in tutt’Europa? Perché?

In foto. Progetto per un quartiere con pista di atletica/strada al suo interno. Belgio.

domenica 9 novembre 2008

Verso la super progettazione



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Come spesso succede parto da un caso recentemente successo nel mio villaggio per cercare di descrivere cosa succede in molte, moltissime, troppe, borgate di questa nostra italietta, borgate siano esse amministrate da amministratori di destra, di sinistra, di centro, bianchi, rossi, gialli, vermigli. Il caso che vi sottopongo è uno dei tanti casi di questa nazione che proprio non riesce a riorganizzarsi e ripartire, e che tanto avrebbe bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale.

Da almeno 10 anni si sa che la Scuola Materna del piccolo paese in cui vivo è da ristrutturare – lavori da milioni di euro nonostante l’insignificatezza dell’opera e della borgata –. Da ormai 5 anni, credo, tali lavori sono inseriti all’interno dei vari programmi triennali per le opere pubbliche che le varie amministrazioni che si succedono approvano. Per anni non si è fatto niente e di concorsi, di progettazione o di idee, e di progetti nemmeno l’ombra. E così, vivacchiando, si è arrivati al 2008 e nulla ancora è stato fatto.
Nel frattempo, proprio in questo fine 2008, il super pagato assessore ai LL.PP. – dati pubblici del giornalino comunale, più pagato del Sindaco, ben 19 mila euro –, viene spostato alla polizia municipale e un nuovo assessore ben più attivo, almeno pare, arriva a palazzo.

Mi pare, ma proprio non ne sono sicuro – voci di palazzo tutte da dimostrare – che il vecchio governo di centro sinistra stanziò dei fondi in favore della risistemazione delle scuole per progetti presentati entro la fine del 2008. E così il nuovo assessore, dopo due anni di inattività apparente del vecchio, indice subito un concorso e dati i tempi ristrettissimi, siamo a settembre-ottobre 2008, l’amministrazione impone ritmi e tempi frenetici ai candidati progettisti, da vera e propria fabbrica dei progetti.
Ora il concorso è stato esperito, ed è stato vinto dai super attivi, quanto poco conosciuti – ma questo in Italia, paese dalla cultura architettonica pari a quella di un paese del terzo mondo non sorprende più di tanto –, Ardenti e Arata, sconosciuti ma immagino molto bravi, certamente velocissimi. Infatti al progetto di ristrutturazione, un progetto che come ho detto prima si poteva affrontare con molta calma, non dico in dieci anni, ma almeno in qualche mese, lo studio Ardenti e Arata dedicherà ben 15 giorni – sabati e domenica compresi –. Due settimane per studiare le esigenze della popolazione, studiare la storia del luogo e del manufatto, fare il rilievo – che non c’è –, fare plastici, fare prove, controprove, pensarci, non dormirci per un po’ e finalmente arrivare al progetto finale.

Ps. Come ho già avuto modo di dire l’esperienza recente nervianese e soprattutto quella garbatolese in materia di edilizia scolastica non è delle migliori. Speriamo che questa volta andrà meglio. Si inaugura il super progettista e la super progettazione.

Foto 1. Una realizzazione dello studio Ardenti e Arata

mercoledì 5 novembre 2008

OBAMA!!!!

http://tv.repubblica.it/speciali/elezioni-usa-2008/tutto-il-discorso-di-obama/25985?video

PS. ... e noi abbiamo consiglieri comunali da 25 anni, parlamentari da 50 anni, premier di 70 anni, presidenti di 80 ecc, e tutti gridano largo ai giovani ma nessuno cede il passo, anzi ...

martedì 4 novembre 2008

Concorsi concorsi concorsi

Negli anni appena successivi a Tangentopoli nel 1994 i così detti governi di unità nazionale introdussero la legge n.109, detta anche legge Merloni: una legge che doveva regolarizzare il sistema degli appalti e dell’affidamento dei lavori, una legge che apparentemente cambò in modo sostanziale quel sistema, una legge che sta influendo pesantemente, purtroppo negativamente, sull’architettura italiana.
La legge Merloni introduceva, tra le altre cose, il sistema dei concorsi. A loro volta i concorsi possono essere suddivisi tra loro, genericamente, in concorsi di idee, concorsi di progettazione e concorsi ad affidamento. Dall’introduzione della Merloni gli enti pubblici non poterono più affidare lavori a destra e sinistra senza un regolare concorso. Fin qui quindi una buona legge.
Peccato che in Italia di concorsi di idee o di progettazione, concorsi cioè dove il professionista è chiamato a redigere un lavoro, lavoro che poi verrà giudicato da una commissione qualificata e garantita da rappresentanti degli ordini professionali, anche dopo l’introduzione della 109/94 non se ne sono fatti moltissimi. Il 90% circa – dicono i forum sui concorsi – delle opere pubbliche italiane vengono affidate a curriculum. Ma scusate chi pensate che può possere un curriculum vincente se non chi lavorava anche prima dell'introduzione della legge con il vecchio sistema clientelare? Come fanno quindi un giovane architetto o un giovane ingegnere italiani a costruirsi un loro proprio curriculum – attenzione si parla, ovviamente, non di curriculum scientifici e accademici, e nemmeno di curriculum fatto di grandi partecipazioni e collaborazioni, si parla di lavori dove si è stati burocraticamente responsabili – se i lavori continuano a essere affidati a chi ha lavorato negli anni ’70-’80-’90, cioè negli anni nei quali vigeva il sistema clientelare contro il quale la legge è nata?

Ho trovato per caso questo intervento di qualche anno fa su un forum dedicato ai concorsi e ne riporto una parte. Spero stimoli il dibattito su un problema che tocca direttamente tutti i comuni e gli enti di questa nostra Italia.

Concorsi, architettura, Legge Merloni

«Tempo addietro si parlava di architettura, dei suoi aspetti culturali, dei linguaggi, del movimento moderno, del suo superamento, delle tendenze ecc..
Il punto qui non è tanto il dibattito in sé ed i fermenti che caratterizzavano 20 o 30 anni fa il mondo dell'architettura, quanto il fatto che quel dibattito e quei fermenti presupponevano l'esistenza dell'architettura: questa era un dato di fatto che nessuno si sognava di mettere in discussione.

Il dibattito riguardava il "come" fare architettura, ed in seconda battuta "per chi" e "perché". È da notare come l'ultimo movimento culturale significativo in Italia sia stato il post-moderno.
L'introduzione della Legge Merloni, non in quanto a corpo normativo volto a regolamentare l'appalto di Opere Pubbliche (necessità riconosciuta pressoché da tutti), ma per una serie di sue specificità, ha prodotto un vero e proprio trauma nel mondo dell'architettura italiano. Di fatto ha spostato l'intero asse di interesse e dibattito dal "come, per chi e perché" al "se, cosa e perché".

La Merloni, relativamente alla progettazione, ha operato su tre fattori chiave: l'assimilazione delle più svariate categorie di opere all'interno dell'unica grande famiglia delle Opere Pubbliche, il curriculum professionale ed i requisiti economici ed organizzativi dei candidati. In questo quadro due sono gli elementi che saltano all’occhio: i limiti, pressoché invalicabili per la maggior parte di architetti e studi professionali, posti al cosiddetto "libero mercato" e la relegazione del progetto all'ultimo posto della sequenza procedurale.

Di fatto si è realizzato un mercato ristretto, accessibile a quei professionisti e studi professionali dotati di curriculum ventennali in Opere Pubbliche (cioè, in pratica, gli stessi della "prima repubblica") ed alle potenti società di ingegneria, dotate di relazioni e mezzi capaci di acquisire "nomi" e relative referenze: i giovani esclusi al 100%.
[…]
Il colpo di grazia all'architettura viene inflitto, paradossalmente, con i concorsi. La Merloni, tra le procedure, contempla anche i concorsi, ma, e nemmeno tanto velatamente, come procedura eccezionale, e dunque come tutte le eccezioni, serve unicamente a confermare la regola».

Paolo Perotti, 05 dicembre 2002

lunedì 3 novembre 2008

2500 volte grazie

Anche a ottobre sfondiamo quota 2500 visite. Grazie a voi tutti dell'aiuto, del contributo, o della semplice visita, speriamo che continui a essere un luogo di dibattito o semplicemente di incontro.

domenica 2 novembre 2008

Giornata della memoria degli Insubri

Non sono leghista e non lo sarò mai, la Lega, almeno per quello che è diventata negli ultimi anni racchiude in se tutto il contrario del pensiero delle persone del nord, nonè la testa del nord è la pancia. Da un po' di anni cavalca le paure della gente cercando di individuare nel diverso il capro espiatorio di ogni cosa mal gestita, salvo poi, quasi sempre, non riuscire a gestire niente una volta chiamati a farlo. Ha tagliato i pochi rami buoni e fruttuosi per mantenere i rami secchi, ha centralizzato il potere su Varese e dintorni, ma il Veneto continua a votare più di prima. No, il leghismo non c'entra niente con la cultura del nord. Il leghismo è la pancia del nord.
Per questo non ho problemi a pubblicare spesso redazionali che a prima vista potrebbero sembrare leghisti. Per me non lo sono. La cultura insubre, a me piace più dire la cultura milanese, è di tutti, siano essi di destra o di sinistra, e anzi credo che la sinistra italiana dovrebbe recuperare moltissimo del tempo perduto soprattutto al nord per colpa di una dirigenza romana spesso lontanissima dai problemi della gente.

Ricevo dall'associazione Domà Nunch un editoriale di Lorenzo Banfi che qui di seguito, con una certa dose di sana ironia, ma non solo, pubblico.


Come sempre, la festa di Samonios è un prezioso momento di riflessione su tutto ciò che sta accadendo e, soprattutto, su ciò che noi siamo o siamo diventati.
Spegnere i fuochi per lasciare che l'irrazionale, il non conosciuto, entrino in noi per un tempo limitato, ma ci consentano di fare i conti con la totalità del nostro essere, sia quello controllato e ragionevole della luce del Sole, sia quello notturno, imprevisto, oscuro; questo è il capodanno.
Ma si tratta anche di una festa comunitaria, che noi di Domà Nunch, come sempre, celebreremo con lo spegnimento delle luci, e staremo insieme, nell'attesa che i due mondi, quello luminoso e dalle forme definite e quello oscuro, popolato dall'indefinito e dal non visibile, vengano in contatto.

Ricapitoleremo la nostra attività, valutando situazioni e progressi, preparandoci per il nuovo anno rinvigoriti e nella speranza che sempre nuove forze ci raggiungano nella dura battaglia che da anni combattiamo, quella per la rinascita della nostra Terra d'Insubria e della nostra Nazione.
E, in seno a questa lotta, molto stiamo facendo per presidiare alcuni di quelli che per noi sono punti chiave della nostra identità: la lingua e la storia.
Per questo, stanno prendendo il via i progetti didattici della Scòla Insubra, ma molto dovremo lavorare per conseguire quello che è il nostro obiettivo, cioè l'insegnamento della nostra lingua nelle scuole insieme alle nostre tradizioni, alla nostra storia... E questo è un carattere che fortemente ci differenzia dalle sedicenti formazioni ecologiste che tutti ben conosciamo: il considerare la comunità umana come parte integrante dell'ecosistema e per ciò stesso da tutelare e difendere.

La nostra Storia, elemento essenziale della nostra identità. Ma, prima ancora che nelle scuole, è nella vita di tutti i giorni che dobbiamo essere testimoni della nostra appartenenza alla nostra Nazione, alla nostra Terra. E questo possiamo farlo ricordando, durante l'anno, le date che scandiscono momenti importanti dell'epopea Insubre.

A partire dal primo giorno dell'anno, il Primo di Novembre, che oltre a coincidere con i giorni dei festeggiamenti di Samonios, evoca un momento triste della nostra storia, ma comunque un momento da ricordare: la morte del Duca Francesco II e la fine dell'indipendenza del Ducato di Milano, l'entità politica che per la prima volta, dall'assorbimento dell'Impero Insubre nel mondo romano, aveva riunificato i popoli che lo avevano composto.

È per questo che abbiamo definito il Primo Novembre, Giorno della Memoria degli Insubri, per non dimenticare quella data infausta che segna l'avvento della lunga notte della nostra Nazione, perché proprio ricordando, si fa in modo che il giorno possa tornare.
Ecco che una delle prime cose che faremo, nel prossimo anno, sarà quella di pubblicare sul Dragh Bloeu un calendario insubre, con le date più significative per la nostra storia e per la nostra cultura.
Per non dimenticare, per ricordare, sempre chi siamo.

Abbraccio voi tutti Fratelli e Sorelle d'Insubria, nell'augurarvi un buon nuovo anno e un sempre maggiore impegno nella lotta per la nostra Insubria.

venerdì 31 ottobre 2008

Studenti ricerca e ricercatori

I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro e hanno perfettamente ragione.

Tempo fa, ormai quasi quindici anni fa, fui anch'io, leader degli studenti di un grande istituto superiore della zona in cui vivo, e devo dire che anche quindici anni fa si partecipava, tra ottobre e novembre, a numerose manifestazioni delle quali poco si capiva, anche quindici anni fa si portavano duemila ragazzi a Milano, si correva dentro la metropolitana, si saltavano i cancelli, si manifestava, pacificamente e coloratamente, poi di colpo, con l'avvento dell'inverno e l'approssimarsi delle pagelle, tutto si calmava, apparentemente. Dopo quelle dei grandi, infatti, altre manifestazioni, occupazioni, scioperi bianchi, assemblee generali per piani (che amavo di più perché più produttive) si facevano durante l'anno, per la mancanza di studi di informatica, per la mancanza di uno studio serio delle lingue straniere, o per il problema dei professori/professionisti, troppo anziani e affaccendati nel loro autocontrollo del posto di lavoro, ecc, ma di quelle nessuno si occupava.
Se gli studenti fossero calmi e lucidi avrebbero già capito da un pezzo che il futuro non glielo ruba la Gelmini, pur autrice di un testo assurdo, soprattutto nei confronti delle scuole elementari, ma glielo hanno già rubato anni fa molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione (e non è un caso che marcino assieme gente di destra e di sinistra, professori e genitori).
Il governo non è certo innocente, ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la raccontano giusta. Se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per "tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi". Perché nelle scuole superiori venga cancellato il par-time dei professori, perché anche il professore sia costretto alla ricerca, a scuola, ma sia anche dotato di un luogo degno dove poterla fare (ricordo le aule professori della mia scuola, dove docenti di italiano si trovavano un'ora o qualche minuto a fianco a docenti di fisica, poi quelli di matematica con quelli di inglese e via dicendo. Che ricerca potevano produrre se non la ricerca del risultato della squadra del cuore il lunedì e il giovedì, se non chiacchiarare dei propri figlie e dell'aspetto comportamentale, non disciplinare, dei ragazzi).

Lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione che puntualmente ogni anno protesta sono smarrimenti genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.
I dottorati di ricerca sono allo sbando, la ricerca non interessa a nessuno, della condizione reale di ricercatori, assegnisti, borsisti, cultori della materia, a nessuno interessa, e quel che è peggio tra un ricercatore neo professionista e un neo professionista, diciamo normale, normalmente si preferisce il secondo.

Chiudo facendovi leggere due punti di un lungo comunicato di alcuni dottorandi e dottori del Politecnico di Milano, sulla scia delle proteste di questi giorni.


Crediamo che la lotta da fare, come dottorandi e dottori in architettura e in composizione architettonica in particolare, sia, innanzitutto, proprio di pretendere che venga riconosciuta l’utilità sociale e collettiva del nostro livello di formazione, aprendo la discussione al carattere che devono assumere i dottorati di ricerca, nei quali convivono ricerche su questioni di architettura (il grado di avanzamento dei temi del progetto stilistico moderno) sia ricerche di carattere monografico biografico, sia ricerche con un taglio più teoricoo concettuale, accanto ad applicazioni di carattere seminariale che si prestano come contributi per le trasformazioni possibili di determinati territori.

[...]

Sempre sotto l’aspetto della “produttività” del nostro campo di ricerca può essere utile dare uno sguardo a cosa sono i dottorati all’estero e in specie in alcune università degli USA: in primo luogo va tenuto presente che lì i corsi di laurea durano quattro anni in media, e che dopo la laurea è possibile accedere a dottorati e master. Fin qui tutto come in Italia, con la differenza che il dottorato prevede due anni iniziali di corsi abbastanza intensi da frequentare per iniziare a orientarsi, seguiti da un periodo – che, in media, si aggira intorno ai cinque anni, per un totale di sette anni – durante il quale si porta avanti la ricerca vera e propria. I dottorandi di solito fanno da tramite tra insegnanti e studenti organizzando gruppi di lavoro e seminari, e anche in questo caso si può riscontrare qualche analogia con l’Italia. Un punto interessante riguarda le opportunità di lavoro: dovendo scegliere tra un candidato in possesso di master o di dottorato, un selezionatore aziendale preferisce spesso il primo perché privo di quella formazione avanzata di cui dispone il dottore di ricerca e che lo rende – per l’imprenditore – troppo costoso per avere voglia di assumerlo, dal momento che lo stipendio che dovrebbe corrispondergli dovrebbe
[attenzione dovrebbe...] essere piuttosto elevato.

Come si può notare, sia in un caso – l’Italia, dove la ricerca si taglia– che nell’altro – gli USA, dove la ricerca è già prevalentemente privata ma dove esistono centri di ricerca di prim’ordine – chi dispone di una formazione avanzata costata anni di fatica e sacrifici non ha alcuna certezza che i suoi sforzi verranno ricompensati e che venga riconosciuto al suo lavoro quel carattere di utilità sociale e collettiva che gli spetta. Questo anche per sgombrare il campo dal luogo comune secondo il quale un Ph.D. anglosassone trova lavoro dovunque si presenta; non è esattamente così, secondo la tendenza che sta prevalendo.

Di esempi se ne potrebbero fare molti, da lavori fatti in collaborazione con amministratori siano essi di destra e o di sinitra di enti locali, comuni e provincie, finiti in niente, in una stretta di mano (se va bene), a amministratori pubblici e privati che per quieto vivere preferiscono non dar lavoro, perché di questo si tratta, a giovani che loro stessi hanno voluto formare, o almeno questo vogliono far credere. I ragazzi finché sono ragazzi, manifestano ogni tanto, cantano ballano, suonano al nostro fianco (e lo dico per averlo più volte sperimentato!!!), ridono, gridano, ecc, fanno il nostro gioco, quando pensano, progettano, studiano finalizzando lo studio al lavoro allora di colpo diventano nemici, o comunque non più così amici.

giovedì 30 ottobre 2008

Università: governo e opposizione; studenti e docenti

Ringrazio il compagno e lettore attento Palma per la segnalazione e volentieri ripubblico questo articolo apparso oggi su La Stampa. Il tema è il rapporto tra università e governo, tra università e opposizione. Sembra tanto semplice da fuori: la maggioranza da un lato l'opposizione dall'altro, gli studenti e i professori contro il governo, in realtà la situazione è molto più delicata e difficile e gli unici a rimetterci, per il momento, sembrano essere i giovani aspiranti ricercatori. Una generazione di mezzo: troppo giovani per essere considerati all'altezza dei professionisti della ricerca, poco considerati dalla comunità scientifica, dalle pubbliche amministrazioni, dalle imprese, con uno stipendio da fame e con le spalle troppo poco coperte per fare la rivoluzione ...

Due patti scellerati

di Luca Ridolfi, La Stampa, 30 ottobre 2008.

Il decreto Gelmini è stato convertito in legge, scuola e università sono in agitazione. Il mondo della scuola scenderà in piazza oggi (chissà perché dopo e non prima dell’approvazione del decreto?), mentre l’Università si mobiliterà il 14 novembre, per combattere tagli che furono decisi fra giugno e agosto, quando il Partito democratico riteneva inopportuno scendere in piazza («Noi manifesteremo il 25 ottobre»). Misteri della politica italiana.

Ma parliamo della sostanza. Che cosa sta succedendo nella scuola e nell’università? Perché studenti, docenti e genitori paiono trovarsi dalla medesima parte della barricata?

Quel che sta succedendo è relativamente chiaro, almeno per chi conosce i dati di fondo dell’istruzione in Italia e riesce a non farsi accecare dalle proprie credenze politiche. Sia la scuola sia l’università dissipano una quota di risorse pubbliche considerevole, nel senso che spendono più soldi di quanti, con un’organizzazione più efficiente, basterebbero a garantire i medesimi servizi. Su questo, quando si trovano al governo, destra e sinistra la pensano allo stesso modo.

Chi avesse dei dubbi può consultare due documenti del governo Prodi (il «Quaderno bianco sulla scuola» e il «Libro verde sulla spesa pubblica»). Credo non si sia lontani dal vero dicendo che, con una migliore allocazione delle risorse, sia la spesa della scuola sia la spesa dell’università potrebbero essere ridotte di almeno il 10 per cento a parità di output.

La novità di questi mesi non sta nella diagnosi, ma nella determinazione con cui si sta passando dalle parole ai fatti: la destra al governo sta facendo con la consueta ruvidezza molte cose che la sinistra stessa, magari con più garbo, avrebbe fatto se ne avesse avuto la forza, il tempo e il coraggio (fra queste cose c’è, ad esempio, il rispetto delle norme Bassanini sul numero minimo di allievi per scuola, varate dal centro-sinistra ben 10 anni fa). Del resto fu lo stesso Padoa-Schioppa, all’inizio della scorsa legislatura, ad avvertirci che certi sprechi non possiamo più permetterceli e a ricordarci che il problema di eliminarli dovremmo porcelo comunque, persino se avessimo i conti perfettamente in ordine: ogni spesa, infatti, ha un «costo opportunità», ossia è sottratta ad impieghi alternativi (se buttiamo al vento 8 miliardi per false pensioni di invalidità, automaticamente rinunciamo a una cifra equivalente in asili nido, sussidi di disoccupazione, aiuti ai poveri, sostegno ai non autosufficienti ecc.).

Su questo il governo ha ragioni da vendere, anche se non si può non rilevare che molte misure - pur condivisibili negli obiettivi - diventano criticabili per il modo in cui sono messe in pratica. È il caso, per fare l’esempio più importante, dei tagli all’università, che sarebbero ben più accettabili se punissero ancora più duramente gli atenei in dissesto, ma premiassero con più e non meno soldi gli atenei virtuosi.

Ma quella degli sprechi è solo una delle due facce del problema dell’istruzione in Italia. L’altra faccia è il tragico declino dei livelli di apprendimento, la scarsissima preparazione dei nostri diplomati e laureati, specialmente nelle regioni meridionali. Di questo sono corresponsabili ministri e docenti, ma anche gli studenti e soprattutto le loro famiglie. Il sistema dell’istruzione in Italia si regge su due patti scellerati: nella scuola, il patto fra insegnanti e famiglie, nell’università il patto fra docenti e studenti. Il cardine del primo patto è: l’importante è che il ragazzo sia sereno, vada avanti senza soffrire troppo, prenda il diploma; che poi impari molto o poco conta di meno. Il cardine del secondo patto è: l’importante è arrivare alla laurea, non importa in quanto tempo e imparando che cosa; noi professori pretendiamo sempre di meno da voi studenti, voi studenti non ci importunate e vi accontentate di quel poco che riusciamo a trasmettervi. Naturalmente ci sono anche - nella scuola come nell’università - isole felici e importanti eccezioni, ma il quadro generale è purtroppo diventato questo.

Sono precisamente i due patti non scritti che spiegano l’inconsueta alleanza fra una parte dei docenti, una parte degli studenti e una parte dei genitori. I docenti difendono i posti di lavoro (nella scuola) e le carriere (nell’università). I genitori difendono una scuola che insegna poco e male, ma in compenso non stressa i ragazzi e risolve non pochi problemi reali delle famiglie, specie quando la madre lavora. I ragazzi sono preoccupati per l’avvenire e temono di essere le uniche vittime dei cambiamenti che si stanno preparando per loro.

E hanno perfettamente ragione. Solo che indirizzano la loro ira verso il bersaglio sbagliato. Se fossero calmi e lucidi avrebbero già capito che il futuro non glielo ruba la Gelmini, ma glielo hanno già rubato molti degli adulti al cui fianco marciano con tanta convinzione. La precarietà dei giovani e il ristagno del sistema Italia sono anche il risultato non voluto e non previsto di una lunga e colpevole disattenzione per la qualità dell’istruzione. Il governo non è certo innocente, perché non c’è quasi nulla nei provvedimenti di cui da mesi si discute che lasci prefigurare un innalzamento apprezzabile del livello degli studi, e c’è persino qualcosa che fa temere un ulteriore declino. Ma coloro che aizzano bambini e ragazzi contro le misure del governo non la contano giusta: se davvero avessero a cuore il futuro dei nostri giovani si batterebbero come leoni per tagliare i rami secchi e rendere gli studi molto più seri, più rigorosi, più profondi. Perché lo smarrimento e l’angoscia di questa generazione sono genuini e pienamente comprensibili, ma sono anche il frutto della superficialità con cui gli adulti hanno permesso la distruzione della scuola e dell’università.

mercoledì 29 ottobre 2008

L'università e il governo

La fabbrica dei docenti
di Francesco Giavazzi, Il Corriere della Sera, 28 ottobre 2008.

La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare l'università. L'unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo.

I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca.

Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell'università sarà d'ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l'emigrazione.

La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all'università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l'anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell'università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri.

Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere («L'università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio.

lunedì 27 ottobre 2008

Edilizia scolastica a Nerviano. Un esempio.

In barba a quanto sostenuto, anche in scambi e battute e-mail, tutte personali quindi ovviamente non ne riporto alcuna parte, da alcuni sensitivi del mio piccolo paese, in merito a presunte mire verso lavori pubblici da parte mia, segnalo: primo che sono un architetto e quindi gli enti pubblici sono ovviamente una delle possibilità, forse le più interessante per un progettista; secondo che ho partecipato con altri amici di Nerviano o che avevano studiato a fondo Nerviano, al bando per la riprogettazione della scuola Materna di Garbatola, e mai ho usato questo mezzo per propagandare questa partecipazione o altro; terzo che il concorso per la scuola materna dei mio piccolo paese l'ha vinto, appunto, lo sconosciuto, o novello Carnerade (almeno nelle vie telematiche), Studio Adenti (chi conosce qualche lavoro, curriculum, studi, ecc., faccia sapere o segnali).

Dopo un signor nessuno (telematicamente parlando ovviamente) al progetto della scuola di S.Ilario, un secondo (sempre telematicamente o internautamente parlando, ma nel 2008 non è un buon segno...) al progetto della scuola di Garbatola (con tutti i piccoli inutili ripostigli, i dossi e controdossi, l'utilizzo di un retro per farne il fronte e il fronte storico che diventa retro...), dopo un progetto (questo tutto fantomatico) per la scuola di via Dei Boschi, la storia si ripete per la quarta volta (ma che Nerviano e l'architettura scolastica non vadano molto d'accordo?) con la materna di Garbatola.

Ma a quando un concorso vero? Aperto a tutti con progettisti chiamati a lavorare e a produrre qualcosa da far giudicare a persone competenti? Quando anche Nerviano sarà un paese moderno?
Detto questo credo che noi giovani architetti in un momento così difficile, culturalmente e economicamente, come questo più che mai dobbiamo continuare a lavorare duramente e seriamente, a studiare, a lottare, a viaggiare, a sognare un momento migliore.

venerdì 17 ottobre 2008

Rafael Moneo: il museo Archeologico di Carategena [part.2]




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Cartagena fu prima di tutto un porto di primissimo piano nel bacino del Mediterraneo, un porto splendido, un porto naturale. «El sangre de la ciudad es su puerto - è il suo grandioso esordio - Cartagena es una ciudad naval. Fuori c´è una gran brezza, luce forte e limpida, e quando usciamo sulla rambla mi spiega che da lì bisogna guardare le alture della città vecchia immaginando di stare con l´acqua alla cintura, a mollo nella laguna. El viaje es imagination sorride»[1].

Fa caldissimo nella regione di Murcia in questo scorcio di estate 2008 e il termometro segnale 40 gradi, sono le 11 del mattino, la temperatura è destinata a salire.
Passeggiamo per il porto cercando di immaginarci cosa doveva essere. Un porto naturale: tra due montagne che fanno da bocca di porto si infatti apre un grande bacino protetto pieno di navi. Costeggiamo le antiche mura puniche sino a la plaza Heroes de Cavite e di li in pochi passi si arriva alla plaza del Ayuntamiento, dove la sera prima ci fermammo a cenare ascoltando musica tradizionale e poesie antiche. L’ingresso del Museo Archeologico è su Plaza del Ayuntamiento. Tutto di quel museo, la scritta sulla porta di ingresso, il corpo adiacente l’ingresso, l’edificio su calle principe de Vergara, tutto ricorda l’architettura di un grandissimo maestro contemporaneo: Rafael Moneo.
Entriamo nel museo e alla recepiton chiedo se il museo è nuovo e se è stato costruito dal noto architetto spagnolo, mi rispondono di si, e con grande sorpresa, mi dicono che è stato inaugurato a luglio - per questo non esistono pubblicazioni, nemmeno li -.

Secondo Moneo c’è un rapporto diretto tra le architetture, anche le più moderne e apparentemente distratte o non curanti della storia, e il passato, c’è un legame «tra gli edifici e il passato che i luoghi nascondono; quel passato nel quale inevitabilmente ci imbattiamo quando inizia il primo lavoro richiesto dalla costruzione, cioè lo scavo che precede il processo di fondazione» [2]. Lo scavo è il primo gesto della costruzione e attraverso lo scavo l’architetto si mette in collegamento diretto con il passato di un luogo, «lo scavo diventa lo strumento lo strumento per cercare nelle sue viscere la diretta testimonianza di un passato sepolto» [3]. E il Museo Archeologico di Cartegena è un edificio costruito a partire da questo concetto, un edificio che lavora sull'idea dello scavo come momento evocativo. Un edificio molto complesso, su più livelli compresi i livelli sotterranei, che mette in comunicazione parti diverse di città. Ha un affaccio pubblico, se vogliamo borghese, si entra infatti dalla piazza del Municipio attraverso un palazzotto signorile del XIX secolo, quindi sfruttando i dislivelli della città – il teatro romano si trova a una quota più elevata rispetto il porto e l’ingresso al Museo – e passando sotto calle principe de Vergara si entra nel corpo centrale dell’esposizione, un edificio a più piani addossato alla collina dove sorge il teatro e a esso collegato.
Il Museo Archeologico di Cartagena è quindi un edificio costruito sulla sua sezione, un edificio che permette al visitatore di entrare concretamente nelle viscere della città, a contatto diretto con gli scavi prima di uscire e con grande sorpresa ammirare il grande teatro.





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Per 1500 anni la città si dimenticò del suo teatro romano e la sua romanità. Nel 1988 durante una campagna di scavi archeologici – ce ne sono molte ancora in corso in città – si ritrovarono i resti dell’antico edificio pubblico. Alla fine del XX secolo il teatro fu quasi completamente liberato dalle costruzioni che nei secoli gli si erano sovrapposte.
Degli edifici costruiti sul teatro si è conservata solo una parte della chiesa antica di Cartagena, duramente bombardata durante la guerra civile del 1939.

http://www.kewego.it/video/iLyROoafYXP0.html

[1] Tratto dal diario di viaggio 2007, alla scoperta di Annibale, di Paolo Rumiz su "La Repubblica".
[2] RAFAEL MONEO, La solitudine degli edifici e altri scritti, Umberto Allemandi & C., Torino, 2004, p. 95.
[3] Ibidem, p. 98.

[Fig. 1] Schizzo dell'edificio delle esposizioni, di F.Pravettoni.
[Fig. 2] L'edificio delle esposizioni da calle Principe de Vergara.
[Fig. 3]
Teatro romano di Cartagena.

giovedì 9 ottobre 2008

Museo Archeologico di Cartagena - [part. 1]




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Dopo qualche divagazione politico amministrativa, e qualche altra storica, vorrei riprendere il cammino iniziato un anno fa ripartendo dall’ultimo viaggio, quello di quest’estate: un blog infatti non è solo un giornale, nazionale, regionale, o locale, un blog è anche un diario, un diario quotidiano, un diario di viaggio. Da sempre in vacanza quasi quotidianamente, come molti di noi, scrivo su un taccuino quello che succede, le impressioni, i luoghi, gli sguardi, le frasi che mi colpiscono, i musei, i campeggi, ecc. Quest’anno con i soliti grandi amici sono stato nuovamente in Spagna. Alla Spagna mi lega uno dei periodi più belli della mia vita, ci legano i luoghi, mi legano gli amici che ho ancora la, ci lega l’architettura di quel paese stupendo, e per due settimane siamo andati girovagando lungo la costa tra Barcelona e Tarifa.

13 Agosto
Con un po’ di tristezza nel cuore ripartiamo da Tarifa per la via del ritorno. Ci fermiamo l’11 in costa del Sol; il 12 risaliamo l’Andalusia fermandoci qua e la per una tapas, una cana e un bagno. Il 12 al tramonto arriviamo nella regione autonoma di Murcia e decidiamo, novelli cartaginesi, di fermarci a Cartagena.

«“Ama Cartagena come l´ho amata io. Non troverai mai più una Spagna più Spagna di questa”. […]“El sangre de la ciudad es su puerto Cartagena es una ciudad naval”.
Fuori c´è una gran brezza, luce forte e limpida, e quando usciamo sulla rambla mi spiega che da lì bisogna guardare le alture della città vecchia "immaginando di stare con l´acqua alla cintura", a mollo nella laguna». Con queste parole Paolo Rumiz, giornalista de La Repubblica, un anno fa introduceva Cartagena nel suo diario di viaggio alla scoperta di Annibale. Noi ci siamo capitati per caso, perché il sole tramontava e avevamo bisogno dopo un giorno di viaggio di fermarci a riposare. Quale altro posto è meglio di una delle città-porto più importanti dell’antichità, una di quelle nobili decadute che ci piacciono tanto?

L’epopea cartaginese dell’odierna Cartagena fu brevissima, fondata Asdrubale [1] nel 227 a.C., nel 208 fu conquistata dai romani. Paolo Rumiz così descrive quella storia: «Amilcare sentito che il partito filo-romano vuol fargli la pelle, scappa dall’Africa e fa vela a Ovest e, con Annibale ancora bambino, approda a Cadice, ai margini del mondo conosciuto. Soggioga tribù, s’impossessa di miniere, trasforma il Sud dell’Iberia in una colonia, manda alla madrepatria favolosi carichi d’argento, riacquista il consenso perduto.
È qui che Asdrubale fonda Cartago Nova [2], la più grande colonia africana in Europa. Ma dopo pochi anni dopo, mentre Annibale devasta l´Italia spadroneggiando in casa del nemico, Scipione lo beffa marciando sulla Spagna e prendendo Cartagena. Erano così le guerre di una volta: più facili da vincere in trasferta che non in casa».

Qui la storia è una cosa seria, non una cosa per pochi intellettuali o per nostalgici e «ogni fine settembre una confraternita celebra uno spettacolare scontro armato romani-cartaginesi. E quando la città deve chiedere autonomia alla Murcia, lo fa sbandierando la "diversità punica" esattamente come i "lumbard" fanno con i Celti per battere cassa a Roma. “La antiguidad es un valor economico”».
La città è vuota, solo qualche bar è aperto. Mangiamo pesce all’aperto cullati dalla brezza marina e ascoltiamo recitare poesie in castigliano con musiche popolari in sottofondo. Cartagena fu città cartaginese prima e romana poi, fu città bizantina prima, e poi visigota, araba, spagnola. È una città moderna, ottocentesca, borghese, per certi versi simile a Milano, una città ricca, con un rapporto difficile con la rovina, con il passato. Passato che però si manifesta con tutta la sua potenza quando lasciata Calle Mayor per entrare nella parte archeologica della città con grande sorpresa incontriamo l'appena restaurato teatro romano e il nuovissimo Museo Archeologico della città. C’è qualcosa di stranamente familiare in quell’edificio. Decidiamo di saperne di più e passata la notte, prima di partire per Murcia, faremo ritorno in città.

[continua]
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[1] Asdrubale Barca (Cartagine, 245 a.C. – Metauro, 207 a.C.), generale cartaginese della famiglia dei Barcidi, era figlio di Amilcare Barca e fratello minore di Annibale. Quando Annibale nel 218 a.C. partì per la sua spedizione in Italia, Asdrubale assunse in sua vece il comando nei possedimenti cartaginesi in Spagna, difendendoli vittoriosamente dagli attacchi portati dai romani nel corso di diversi anni.

[2] Fondata nel 227 a.C. da Asdrubale con il nome di Qart Hadash (città nuova) nella zona precedentemente occupata dalla città di Mastia, fu la principale città dei cartaginesi in Spagna e da qui partì Annibale per iniziare la Seconda guerra punica. Con la conquista romana cambiò nome in Cartago Nova e divenne una delle città più importanti della Hispania Citerior. Divenne colonia romana con Gaio Giulio Cesare nel 45 a.C.. Più avanti, all'epoca dell'imperatore Diocleziano, divenne capitale dell'omonima provincia romana.

Mostra del Bitto - Sapori Insubrici

Premesso che personalmente non mi piace molto parlare oggi di Insubria, perché sono passati molti secoli da quando non esiste più come entità politica-territoriale, basta pensare che già durante l'epoca romana esisteva la Regio Transpadana, non la Regio Insubrica, ma forse mi piace di più parlare di ex ducato di Milano, è per altro vero che la politica savoiarda e unitaria prima, concretamente, e quella fascista e quella democristiana poi, idealmente, hanno cancellato ogni forma di riconoscimento politico amministrativo all'ex Insubria, e quindi oggi non esiste un termine, se non Insubria, che definisce la terra che fu appunto Insubria, Regio Traspadana, capitale dell'Impero, e Ducato di Milano, la terra che va dal Ticino all'Adda, sino al San Bernardino. Ma di questo ne parleremo un'altra volta.

In un momento in cui si parla tanto di insubria ricevo, e volentieri pubblico e segnalo questa festa:

[...] Mostra del Bitto (edizione num.101) avrà luogo a Morbegno dal 13 al 19 ottobre 2008, e per tutta la sua durata viene allestita all'interno del Polo Fieristico Provinciale assieme con la XVIII° Fiera Regionale dei Prodotti della Montagna Lombarda e la VI Rassegna eno-gastronomica dei “Sapori Insubrici”. A Morbegno, dal 1907, viene organizzato ogni autunno il concorso dei formaggi d'Alpe valtellinesi e valchiavennaschi, denominato "Mostra del formaggio Bitto" che attira un numero elevatissimo di appassionati e curiosi, sia valligiani che turisti di tutto il mondo.

http://www.waltellina.com/manifestazioni/fieradelbitto/index.htm

lunedì 6 ottobre 2008

A un anno di distanza

A un anno di distanza mi sento di ringraziare chi visita, per curiosità, per ricerca, per amicizia, per lavoro, questo spazio, e in particolare chi lo commenta, sia gli amici che lo fanno assiduamente sia quelli che lo fanno in modo saltuario. Anche a settembre più di 2000 volte benvenuti!

I precursori utilizzano questo strumento, come diario personale, da qualche anno, i neofiti, come me, solo da un anno. A questo punto, a un anno di distanza, mi sento di ringraziare una persona straordinaria che l'anno scorso mi disse "ma Fabio con tutte quelle cose che hai scritto in passato, e che scrivi, perché non fai un blog...", e così iniziai a riprendere vecchi scritti e metterli in rete.

A un anno di distanza questo strumento, come molti altri della rete, è divenuto quasi di uso comune, tanto da fare riflettere sulla sua reale utilità. Spuntano blog ovunque, basta pensare che nel mio piccolo villaggio solo a sfondo politico sociale ce ne circa una decina, poi ovviamente quelli personali, moltissimi, ma le cose continuano ad andare avanti come sempre, con i soliti a controllare la vita dei molti, con i soliti problemi, con i soliti volti.
Certamente è difficile aggiornare uno spazio come questo, soprattutto se per scelta si cerca di non riempirlo di foto, di filmati, di scritti di altri (al limite di lettere aperte e pubbliche che arrivano nella mia casella di posta elettronica), e se di professione non si fa il giornalista, magari di una testata locale, ma l'architetto. E' difficile ma è giusto continuare e continuare in tanti, ciascuno a suo modo, chi con una poesia di altri, chi con un bell'articolo, chi con un video o una canzone, perché in questo mondo globale dove tutti sanno tutto di tutti, nessuno parla più, nessuno incontra più, e solo pochi hanno la forza di uscire la sera, o magari più sere, non per interessi personali ma solamente per cercare di cambiare le cose, di farle andare meglio? non so, magari anche solo per sentirsi vivi.

La mattanza del Villoresi - parte 2

Da semplice segnalazione, anche, se volte, un poco ironica, mi accorgo con stupore e con gioia di non essere il solo ad accorgermi di alcune cose. Sono sempre più convinto che al mondo non ci siano super oumini e super geni, o unti dal Signore, ma solamente persone con sensibilità diverse, magari anche molto diverse. Certo è che se queste persone iniziassero a dialogare tra loro, e quindi con altre sensibilità anche diverse (vedi post sull'identità dialogante, mese di settembre), non arroccandosi su posizioni predefinite, o peggio preconfezionate da altri, beh sono sicuro che tutti noi ne trarremmo beneficio e che probabilmente avremmo un mondo migliore...

Insomma, una questione come quella che ho cercato di descrivere se volete anche con una certa ironia è evidente che è una questione di secondo piano rispetto tante altre che affliggono il nostro territorio, speculazione edilizia (a Nerviano in questi giorni ritornata in primo piano con la questione del "Fungo"), consumo selvaggio del territorio, situazione economica, situazione politica italiana (deprimente), mancanza quasi totale di cultura architettonica, ecc, ma è anche un esempio di cattiva gestione del territorio.
Sabato abbiamo organizzato una gara di duathlon tra i campi del villaggio in cui vivo. E' chiaro che alcuni conservatori di territorio verde potrebbero pensare che si tratta di un intervento poco ecologico (correre nei campi a piedi e in MTB, piantare picchetti, tracciare con nastri bianchi e rossi il percorso, ecc), e che magari sarebbe più educativo portare i ragazzi a far conoscere le piante, i canali, i boschi, ma io credo che anche quella sia una forma felice e intelligente di riappropriamento del nostro territorio, di riradicamento in una terra che ci è stata tramandata come una delle più belle d'Europa e che noi stiamo rapidamente distruggendo a colpi di varianti di PRG, o con manufatti di pessima qualità architettonica - fabbriche di soldi - con strade inutili e sempre congestionate o con interventi sulla città storica insensibili alla storia e al passato dei luoghi.
Chiudo la questione del Canale con una battuta di un amico: potevi organizzare la sagra del pesce al posto del duathlon... Almeno saremmo tornati a dare un senso a quell'inutile mattanza.















Ricevo e pubblico volentieri:

In merito a tale segnalazione, ho avuto modo di leggere un articolo pertinente su "Il Cittadino" del 2 ottobre (in allegato). Si tratta dell'ennesimo segnale di una trascuratagestione del territorio e delle sue valenze, oltre ad una inutile e vergognosa sofferenza causata ad altri esseri viventi. Cordiali saluti.

Mirco Cappelli
Redazion El Dragh Bloeu

venerdì 3 ottobre 2008

In risposta alla mattanza del Villoresi

Ricevo e pubblico volentieri dalla Redazion El Dragh Bloeu

Caro Fabio,

apprezziamo davvero la simpatia che dimostri per le nostre idee e la pubblicità che ne fai sul tuo sito.
La questione che ci segnali è sicuramente grave. Io frequento i paesi in riva al Villoresi e vedo qual è la situzione.
L'unica cosa che ti possiamo dire è che finchè un movimento di opinione sufficientemente grande non influenzerà la politica, le cose non cambieranno. Domà Nunch nasce proprio per ribaltare la scala di priorità della nostra gente, o meglio riportarla al buon senso. Questo è l'econazionalismo, ovvero il pensare prima alla nostra Nazione (umana, animale e inanimata, senza confini), e annullare i tentativi di monetizzare anche questi valori, che noi riteniamo sacri di per sè. E poi, se le terre, le acque, i pesci muoiono, allora ben presto anche noi, come cultura, come popolo e infine come individui, abbiamo poco da ridere.
Io però credo che vi sia una speranza.
In attesa di trovarti a una delle nostre prossime iniziative a Nerviano, ti saluto cordialmente

Matteo Colaone
Associazione econazionalista Domà Nunch


Suta el puunt in de dorma el sass, passa l'unda cumè una früsta
passa el veent in de la cà del ragn e la lüserta equilibrista,
rüverà la rattapignoela e la nocc che la rastrèla el laagh
tüta l'acqua la paar catràmm... suta el puunt ghe sun dumà me...
Disi cume mai ... seet gnamò rüvada e me lasset che insèma ai tocch de legn
gh'è dumà el riflèss de la lüüs de Lèscen e poe gh'è un'umbria in soe'l tò balcòn
trema trema candela storta, trema foemm de la sigarèta,
trema coer che và innanz e indree...trema pass che fa pioe frecass....
quanti nocc suta sta finestra a sugnà de sultà deent
quanti nocc suta el puunt de 'Zzàn per basàss cumè düü assassén
Diisi cume mai me sun ché scundüü e sun ché a parlà insema ai ratt de fogna
mentre gh'é un omm in de la tua cà... senza la camisa e cul büceer in mànn
Te speciavi cun scià una roesa adess te speci cun scià un bastòn
la finestra la paar quel quadru che speravi de mai vedé
sun restaa foe del tò disègn, sun restaa foe de la curniis
sun restaa foe de la finestra e'l mè sogn el g'ha scià i valiis...
Disi cume mai ... seet gnamò rüvada e me lasset che insèma ai tocch de legn
gh'è dumà el riflèss de la lüüs de Lèscen e poe gh'è un'umbria in soe'l tò balcòn
Diisi cume mai me sun ché scundüü e sun ché a parlà insema ai ratt de fogna
mentre gh'é un omm in de la tua cà... senza la camisa e cul büceer in mànn
Suta el puunt in de dorma el sass passa l'unda cumé una früsta
passa el veent in de la cà del ragn e la lüserta equilibrista...
suta el puunt in de dorma el sass questa nocc durmiroo anca me
gh'è una roesa che sfida l'unda... e galégia anca el mè baston.

Davide van de Sfroos, El puunt

lunedì 29 settembre 2008

NO ALL’APPROVAZIONE DEL P.I.I. IN VARIANTE AL PRG VIGENTE SULL'IMMOBILE SITO IN VIA XX SETTEMBRE.

RIUNIONE PUBBLICA PER STENDERE LE OSSERVAZIONI AL PROGETTO















Il grande edificio a forma semicircolare in prossimità della zona industriale di Garbatola, sulla via principale che collega la frazione al Sempione, fu concepito nei primi anni ’90, appena prima della tangentopoli nervianese e doveva essere destinato ad albergo. Ora, con la fiera trasferitasi a Rho, con alberghi che nascono quasi ovunque lungo il Sempione, la proprietà ha deciso di cambiare destinazione d’uso all’immobile e chiede al comune di Nerviano la possibilità di trasformare l’edificio in un gigantesco condominio.
Dagli ultimi conteggi pare che l’immobile potrebbe ospitare circa 200/250 abitanti! La popolazione residente in Garbatola risulta essere vicina ai 1500 abitanti. L’operazione in oggetto porterebbe a un aumento di più del 10% della popolazione residente a Garbatola, senza che questa ne tragga benefici in termini di nuovi servizi alla cittadinanza.

Per questo e per altri motivi riteniamo che il Consiglio Comunale debba votare contro l'approvazione del P.I.I. n.1 Centro Diamante, di via XX Settembre, viale Europa.

Se vuoi saperne di più, partecipa alla riunione indetta dal comitato NO al P.I.I.; in questa riunione verranno formulate le osservazioni al Progetto, osservazioni che saranno poi distribuite tra i cittadini per la raccolta dei consensi e protocollate in Municipio.

GIOVEDI' 2 OTTOBRE ore 21.00
CIRCOLO FAMIGLIARE DI GARBATOLA

giovedì 25 settembre 2008

Questioni federali - L'identità dialogante

Da un lato ci sono quelli che non hanno paura dell’altro, dall’altro quelli che con quella paura ci convivono quotidianamente. Paradossalmente i primi si fanno paladini dell’unità nazionale, i secondi accentuano la loro paura cercando di chiudersi in realtà sempre più piccole e circoscritte – federali o semplicemente circoscritte? –.
Questo dualismo non si esaurisce nelle questioni federali o di ordinamento statale: da un lato infatti vi sono quelli che pensano che i problemi si risolvano senza aiuti esterni, senza confrontarsi con esempi esterni, una sorta di pensiero dominante autarchico; dall’altro vi è la ricerca – spesso snobbata in Italia, tanto che ormai la norma prevede che chi vuole fare ricerca debba andare all’estero per trovare le condizioni adatte – che per sua natura si fonda sul confronto tra realtà omogenee e omologhe, o tra casi diversi diversi. Quel che è certo è che oggi mancano un pensiero e una critica condivisi[1], e forse anche per questo in Italia oggi ci si divide su tutto.

Negli ultimi due scritti ho provato a dire qualche cosa sulla struttura federale dell’antico Ducato di Milano, certamente una struttura se si vuole contorta e imperfetta, comunque probabilmente una struttura più intelligente di quella attuale: basta pensare che i rappresentanti del popolo che compongono i vari organismi che strutturano lo Stato, Parlamento, Consiglio Regionale, Consiglio Provinciale e Consiglio Comunale, si eleggono con quattro metodi differenti e spesso non hanno rapporti tra loro. Se uno straniero mi chiedesse che rapporto c’è tra Provincia e Regione non saprei cosa rispondere. È evidente che alcuni rapporti esistono, ma non sono rapporti diretti, non abbiamo in questo senso quell’antica struttura federale di cui ho parlato negli ultimi due scritti.

Come coniugare quindi i due pensieri, l’identità di ogni singola comunità e la necessità del dialogo e del confronto? Una risposta credo molto intelligente non l’ha data un filosofo - anche se forse in realtà lo è - o un politico ma il parroco della mia parrocchia Don Alberto Cereda da anni impegnato in una sorta di grande e difficilissimo esercizio – e ci è quasi riuscito – il tentativo cioè di unire due comunità diversissime che sono sempre, e dico sempre, state divise, divise e diverse – mi sono sempre chiesto se chi governa queste situazioni in curia ogni tanto prova a consultare gli stupendi archivi diocesani in loro possesso, anche solo per capire la storia delle diverse comunità prima di intervenire drasticamente, ma è un altro discorso –. Don Alberto sostiene, credo a ragione, come oggi per qualsiasi comunità, a qualsiasi livello, sia indispensabile dialogare con gli altri, confrontarsi con gli altri. Deve necessariamente formarsi un nuovo pensiero, quello dell’identità dialogante.
Solo dialogando e aprendosi all’altro si può mantenere ferma e riconoscibile la propria identità diversa. E così confrontarsi non vuol dire annullarsi, dimenticare se stessi, ma anzi vuol dire esaltare il proprio essere nel rapporto con l’altro, con il tanto temuto diverso; solo nel confronto-scontro con l’altro si possono mantenere forti e salde le proprie radici.
Spesso a ragione si sostiene che l’uomo per sua natura tende ad aggregarsi, ciononostante si sente davvero bene solo in realtà a misura d’uomo appunto, in realtà ristrette, la Regione, la Provincia, la città , il borgo, il clan, ma questo processo può essere pericoloso e più ingenerare situazioni razziste e reazioni violente contro il diverso: solo nel confronto con l’altro, solo confrontandosi e studiando realtà simili e apparentemente diverse, solo cercando e ricercando anche altrove tutte le soluzioni possibili, si potrà mantenere viva la propria memoria, la propria identità, il sentirsi parte di una comunità diversa.
Il territorio tra Milano, Pavia, Como, Lecco, il Lago Maggiore, Varese, il Canton Ticino, insomma se volete l’antico Ducato di Milano ad esempio, non esiste in quanto tale, non esiste più politicamente, ma esiste culturalmente ha radici salde, esiste quindi nel rapporto con l’altro e solo confrontandolo, quindi, con altre realtà vicine e lontane, penso alla Catalogna o alla Baviera, per fare due esempi diversi e opposti ma simili, si potrà tornare a parlare di territorio Milanese, e solo allora, nel dialogo e nell’accettazione reciproca, si potrà tornare a sventolare le sue/nostre bandiere.

[1] Pensate alla cultura architettonica: in Italia non esiste da anni. Non esiste più un pensiero condiviso in accademia, ma spesso si vaga tra le mode, e soprattutto non esiste un pensiero nel paese: le città si trasformano senza un pensiero e senza un progetto, nessuno o quasi nessuno consulta riviste di architettura, nessuno o quasi nessuno conosce opere di architettura contemporanea o nomi di architetti contemporane (tolti Piano e Fuksas che per motivi politici sono spesso in TV), non esistono programmi televisivi e rubriche che si occupino di architettura.